Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


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sabato, 28 luglio 2007

Un po’ di turismo siriano e un ultimo testo allegato come nella puntata precedente.


Anche un po’ di turismo ……

 

Il viaggio di gennaio in Siria è stato di fatto una corsa da un incontro all’altro (tutti importanti, tutti stimolanti e spero che chi vorrà leggere questo diario se ne potrà rendere conto). Non ci sono mancate però le occasioni di divertimento collettivo (i nostri percorsi in pullman, le cene comuni ci consentivano anche simpatici momenti rilassanti) e qualche –troppo rapida- occasione di interesse turistico.
Io ne ero appagata perché qualche anno fa mi ero concessa un viaggio in Siria in automobile con pochissimi amici, ma non altrettanto erano per chi in Siria non era mai stato. Ci vorrebbero viaggi più lunghi e quindi più costosi, ostacoli oggettivi entrambi per chi lavora.  
Mi permetto però un breve elenco di alcune cose viste e non viste (se non altro come stimolo per andarle a vedere).
Ebla_ lo splendido scavo curato dall’archeologo italiano Paolo Matthiae che non solo è riuscito a trovare e salvare l’archivio dei documenti della reggia ma soprattutto ha coinvolto gli operai siriani che con lui lavorano nell’appropriazione non violenta del loro passato. Non potrò mai dimenticare l’espressione degli operai, con cui nel viaggio precedente ero riuscita a scambiare quattro chiacchiere, quando dicevano “the professor”. E’ allora che mi sono chiesta quanta distruzione materiale e culturale avessero causato gli archeologi civilmente europei che avevano trasportato al British Museum le sculture assire di cui mi ero letteralmente innamorata.
Purtroppo la cultura del furto e della devastazione, nelle sue forme di più abbietto e miserabile mercato, continua, favorita da una guerra di democratica esportazione .
Ne ho scritto qualche notizia in “diariealtro.splinder.com”, reperibile alla voce ‘anticababilonia’.
Aleppo_ne ricordo lo splendido museo, il suk (forse il più elegante che io abbia mai visto), e soprattutto le ore trascorse di fronte alla cittadella, dove in piccoli caffè all’aperto (allora era primavera) si può sorseggiare il caffè arabo. Ma anche qui si inserisce l’immagine dei furti dei colonizzatori. Il colle su cui è stata costruita la cittadella infatti è ricoperto da massi di pietra accuratamente lavorati che, in alcuni tratti mancano: sono stati sottratti dalle abili mani della Francia mandataria nella costruzione delle sue caserme. Non ci credevo e mi hanno portato a vedere i massi sporgenti dagli edifici.
E poi Palmira (gli splendidi resti romani sono una delle “cartoline” della Siria, ma io preferisco il tempio di Baal).
Palmira è stata il luogo più orientale del nostro viaggio; se avessimo proseguito avremmo
incontrato Deir-el-Zor, il centro sull’Eufrate da cui – nel 1915- gli Armeni che erano sopravvissuti alla marcia verso sud venivano cacciati a morire definitivamente nel deserto.
Per me  è stato –oltre le poche notizie storiche diffuse fra non specialisti- il primo vero incontro con il genocidio armeno.
E a Deir-el-Zor avremmo potuto procedere verso sud, fino a Mari
(prossima al confine irakeno), la straordinaria reggia che sorgeva sulla grande carovaniera  che da Ur dei Caldei arrivava al Mediterraneo.  Se c’è stato un uomo chiamato Abramo che è arrivato da Ur in terra Cananea, è passato di lì.
Le statue dei pacifici re di mari si possono vedere nei musei di Aleppo e Damasco.
E poi Hama  e le sue Norie, offerte alla  curiosità dei turisti che non dovrebbero però dimenticare la strage dei fratelli mussulmani operata dal vecchio presidente Assad .
E infine la sontuosità terrificante dei castelli crociati: il più famoso, il Crac des chevalieres ci si è offerto quest’anno in una visione insolita: sotto una straordinaria nevicata.
E’ stata purtroppo quella nevicata che ha impedito al pastore di una chiesa protestante di raggiungerci per un incontro programmato. Avremmo potuto approfondire il tema del rapporto fra islam e modernità, ma è andata così…
Mi auguro che questi pochissimi cenni facciano venir voglia a qualcuno di visitare la Siria; prendetevela con calma perché come in tutto il Medio Oriente le civiltà più diverse e lontane nel tempo si sovrappongono e, a chi troppo corre, fanno girare la testa.
Ma è per questo che il Medio Oriente mi affascina                                       augusta
                                              

N.3 
http://cronologia.leonardo.it/mondo65.htm

http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=4391

Asia News, 8 maggio 2007
Arbil – È un’accusa forte, diretta contro autorità irachene e truppe straniere quella lanciata dal Patriarca dei caldei, Emmanuel III Delly, che chiede un intervento deciso del governo e della comunità internazionale per fermare l’emorragia di cristiani perseguitati in Iraq.

Appena rientrato da un lungo soggiorno negli Stati Uniti, il capo della Chiesa caldea ha denunciato, per la prima volta dall’inizio della guerra, le colpe di politici ed eserciti nei confronti di tutta la popolazione, sottolineando anche la preoccupante condizione dei cristiani, minacciati di estinzione. “I cristiani vengono uccisi, cacciati dalle loro case davanti agli occhi di chi invece sarebbe responsabile della loro sicurezza” – ha tuonato Delly dall’altare della chiesa di Mar Qardagh, ad Arbil, Kurdistan, dove ha celebrato messa il 6 maggio scorso. La campagna di persecuzione ad opera di estremisti islamici in atto nelle grandi città come nei villaggi ha spinto il clero e i vescovi iracheni a lanciare numerosi appelli in questi ultimi mesi: per l’unità del Paese e in favore dei diritti della comunità, da sempre componente fondamentale della società irachena.
Delly raccoglie e rilancia a gran voce quegli stessi appelli: “I cristiani sono oggi perseguitati in un Paese dove tutti lottano per i propri interessi personali. Essi vivono da sempre in Iraq, e nel tempo hanno fatto tutto il possibile per contribuire al suo sviluppo insieme ai loro fratelli musulmani". Ci batteremo, assicura Delly, perché vengano rispettati i nostri diritti di iracheni sia a livello regionale che di governo centrale.

Nel suo intervento, riportato in arabo dal sito internet del patriarcato di Baghdad (
http://www.st-adday.com/), spiega poi la doppia natura di questa persecuzione: interna ed esterna. “La persecuzione interna è quella operata dagli stessi iracheni che stanno cacciando i cristiani dalle loro case e dalle loro terre, e della quale sono responsabili tutti coloro che, al potere, non hanno fatto e non fanno nulla per fermare questa tragedia. La persecuzione esterna è quella che ha toccato la dignità stessa di tutto il popolo iracheno le cui moschee, chiese ed istituzioni sono state distrutte o occupate, senza alcun rispetto per la fede”. A questo proposito il Patriarca ha ricordato il caso del Babel College, la cui vecchia sede a Baghdad è stata trasformata dalle truppe americane in una base militare, contro il volere del Patriarcato. Quasi a riprova che la comunanza di fede non implica complicità tra le forze straniere e la comunità cristiana, vittima della guerra quanto quella musulmana.

Proprio verso gli Stati Uniti Delly usa parole molto dure: “Gli americani sono entrati senza il nostro consenso in Iraq, Dio non gradisce quello che avete fatto e state facendo al nostro Paese”. “Speriamo che il Signore illumini queste persone - ha aggiunto - affinché smettano di violare i diritti di tutti gli iracheni”.

Una forte presa di posizione del Patriarca, che ha sempre tenuto il profilo basso in questi anni, era attesa da tutta a comunità, che adesso sente di avere una speranza in più. “Ora possiamo anche morire – dice un sacerdote citato dal sito Baghdadhope - ma almeno lo faremo sapendo di star facendo qualcosa, non solo aspettando la fuga dal Paese o la sparizione della nostra comunità”.

FINE  del diario siriano e …. a presto quello armeno

 

Date diari: 3 e 19 febbraio, 4, 14 e 23 marzo,, 18 aprile. 28 maggio, 8 giugno, 3, 14, 22, 25 e 28 luglio,
Reperibili tutte insieme alla categoria viaggio confronto07

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rassegnastampa, viaggioconfronti07

mercoledì, 25 luglio 2007

Alla decima e ultima puntata del mio diario siriano (pubblicata il 22 luglio e reperibile insieme alle precedenti alla voce viaggioconfronti07) faccio seguire la pubblicazione di alcuni articoli, relativi a quegli aspetti che la stampa  "affidabile" non pubblica,  spesso abbandonando l'informazione al pregiudizio.
Ho evidenziato io, per comprensibili ragioni, le frasi in grassetto del primo articolo.
Ce ne sarà anche per un'altra puntata                                             augusta

N1.    
http://www.30giorni.it/it/articolo.asp?id=13016 
Chi paga “l’esportazione della democrazia”  di Gianni Valente  (- febbraio 1007)
      L’agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) descrive quello causato dalla crisi irachena come «il più massiccio spostamento di popolazione in Medio Oriente dall’esodo dei palestinesi che fece seguito alla creazione dello Stato d’Israele nel 1948». Su una popolazione di 26 milioni di persone, circa 1,8 milioni di iracheni sono sfollati all’interno del proprio Paese, numero che potrebbe crescere fino a 2,3 milioni entro la fine dell’anno. Altri 2 milioni sono i rifugiati fuoriusciti dall’Iraq. Oltre al milione di profughi in Siria, di cui si parla in queste pagine, 750mila
sono espatriati in Giordania. E a preoccupare è soprattutto lo scenario realistico di un aumento esponenziale dell’esodo da un Paese dilaniato dalla guerra civile. Se fino al 2004 tra la popolazione fuggita a causa della guerra si registrava anche un consistente flusso di rientro in Iraq (300mila nel 2003, 200mila nel 2004), nel 2006 i rifugiati ritornati stabilmente nel proprio Paese sono stati solo 500 (mentre ormai la media dei fuoriusciti si aggira sui 40mila al mese).
      Le risorse. Nel gennaio 2007 l’Unhcr ha lanciato un appello per la raccolta di 60 milioni di dollari necessari a sostenere i programmi di protezione e assistenza dei rifugiati iracheni nel 2007. A metà febbraio, le offerte messe a disposizione dai donatori coprivano solo la metà della cifra necessaria, con i contributi più consistenti messi a disposizione dagli Stati Uniti (18 milioni) e dall’Australia (2,2 milioni), nella generale latitanza dei Paesi europei (con le eccezioni significative di Svezia e Danimarca).
      L’Unhcr ha convocato a Ginevra per i prossimi 17 e 18 aprile una Conferenza internazionale sui rifugiati e sfollati iracheni. Ha anche rivolto un appello affinché la comunità internazionale «alleggerisca l’onere umanitario» che grava sui Paesi ospitanti, dove i governi «stanno riscontrando difficoltà crescenti nel tentativo di gestire un così ampio numero di rifugiati».
      Porte chiuse. I governi occidentali non aprono le frontiere agli iracheni con lo status di rifugiati. Solo gli Usa hanno dichiarato la disponibilità a accoglierne 7mila entro settembre. Nel generale disinteresse della comunità internazionale fa eccezione la Svezia, dove 9mila iracheni hanno chiesto asilo nel 2006.
      Palestinesi senza patria.
Tra coloro che più hanno sofferto il caos e la violenza esplosi nell’Iraq post Saddam ci sono i palestinesi, che avevano trovato rifugio nel Paese fuggendo dalle loro terre a causa del conflitto israelo-palestinese già a partire dal 1948. Prima del 2003 erano 34mila. Oggi, nella barbarie che si accanisce contro di loro (omicidi mirati, rapimenti, torture), trova sfogo anche il risentimento e l’invidia nei confronti dell’assistenza materiale – cibo, alloggio, assistenza sanitaria e istruzione garantiti – di cui godevano sotto il vecchio regime baathista. Nessuno dei Paesi dell’area – neanche la Siria – apre le frontiere per offrire loro asilo e sicurezza. Simbolo di questo blackout umanitario è il caso dei 700 palestinesi che si trovano da mesi accampati in condizioni di vita ai limiti della sopravvivenza ad al-Waleed, nella terra di nessuno tra Iraq e Siria.
Le autorità siriane hanno cominciato a registrare i rifugiati iracheni per consentire loro di usufruire dei servizi sanitari nazionali. Secondo dati non ufficiali, attualmente sarebbero ospitati in Siria circa due milioni di profughi provenienti dall'Iraq, mentre le statistiche dell'Onu fissano tale numero a 1,4 milioni. Questa ingente presenza ha causato notevoli problemi alle strutture pubbliche siriane, come quelle scolastiche e della sanità. La Siria è insieme alla Giordania il paese che ospita il maggior numero di profughi iracheni. Alla conferenza internazionale dello scorso aprile a Ginevra, il governo di Baghdad e altre nazioni occidentali si sono impegnate a fornire aiuti a Damasco e Amman per affrontare il problema dei rifugiati. In tale sede l'Iraq ha promesso di avviare un programma da 25 milioni di dollari per sostenere l'apertura di uffici nei paesi ospitanti addetti ad assistere i rifugiati proprio nei campi sanitario ed educativo.

 

N. 2 -  http://www.30giorni.it/it/sommario.asp?id=331
Fuggono sapendo di non tornare più» intervista con Antoine Audo di Gianni Valente

Il gesuita Antoine Audo, 61 anni, vescovo caldeo di Aleppo dal 1992, si trova in maniera inattesa a dover fare i conti con l’assistenza e la cura pastorale dei quarantamila caldei iracheni rifugiati in Siria. Un’emergenza affrontata con buona volontà, ma con pochi mezzi.
      Cosa le raccontano i cristiani che scappano dall’Iraq?
ANTOINE AUDO: Il primo scopo di chi li aggredisce è quasi sempre rubare il denaro e magari costringerli alla fuga per appropriarsi della casa. Poi ci sono i rapimenti. Prendono sacerdoti, ragazzi e ragazze. E anche un solo rapimento basta a scatenare il panico nell’intero quartiere e a mettere in fuga cinquanta, cento famiglie… A tutto ciò si intreccia il dilagare senza freni del fanatismo musulmano. Minacciano le ragazze costringendole a mettere il velo a scuola o all’università. Fanno telefonate di minaccia o scrivono lettere minatorie: se non partite tutti – dicono – vi ammazziamo...
     
I cristiani vengono bersagliati più degli altri?
AUDO: Gli episodi di violenza colpiscono tutti. Ma nelle società tribali, quando ci sono problemi ognuno cerca la difesa del proprio gruppo. E i cristiani sono privi di questo tipo di protezione. Adesso che lì non c’è più un potere statale che possa garantire la sicurezza delle strade, dei mercati, della notte, loro sono i più esposti.
     
Cosa la colpisce, nella situazione dei rifugiati?
AUDO: Mi fanno pena soprattutto le donne. Da noi, soprattutto nelle classi più povere, gli uomini generalmente non mostrano grande senso di responsabilità. Nelle nostre famiglie sono spesso le donne che devono portare tutto il peso. E mi accorgo di quanto adesso tante di loro siano stanche, inaridite, disorientate davanti a quello che è successo. Invecchiano in fretta sotto un accumulo di dolori, malattie, povertà. Vivevano in una società tradizionale, dentro un sistema tribale dove ci si aiutava. Adesso questo tessuto si è disintegrato, sono tutti scappati di qua e di là, in pochi mesi hanno perso tutto: case, sicurezza, affetti. A Damasco arrivano così: e nella grande città è facile perdersi.
     
Allude al fenomeno della prostituzione.
AUDO: Nei grandi agglomerati urbani capita anche questo, per la povertà e il disorientamento. Come anche lo sfruttamento del lavoro dei bambini. Fenomeni a cui nessuno qui era abituato.
     
Che giudizio prevale rispetto alla guerra che ha causato tutto questo?
AUDO: L’amministrazione Usa per vendere la sua guerra ha usato la terminologia della democrazia e della libertà. Hanno attaccato l’Iraq come anello debole, ma puntavano a tutta l’area, e c’era chi cercava vittorie a livelli diversi, interni e internazionali. Ho visto cristiani mettersi a piangere mentre ricordavano i tempi di Saddam. Si è arrivati a questo. Lui era un dittatore, ma il discorso che adesso fanno tutti è: se la libertà e la democrazia sono questo, non le vogliamo.
     
Ci sono differenze tra l’attuale situazione dei profughi e quanto successe nel ’91?
AUDO: Allora a scappare erano soprattutto disertori dell’esercito. Era meno forte la percezione di essere colpiti in quanto cristiani. E poi stavolta è chiaro che quasi tutti scappano sapendo di non tornare più.
     
La Chiesa caldea ha organizzato degli aiuti?
AUDO: Nel ’91 ci eravamo trovati impreparati. Questa volta, prima ancora che iniziasse la guerra, ho proposto ai patriarchi e ai vescovi di chiedere alla Caritas di soccorrere i profughi iracheni che sarebbero arrivati. Ma il flusso consistente è iniziato solo un anno dopo la guerra. A quel punto abbiamo avuto collaborazione da Aiuto alla Chiesa che soffre, da Missio, dall’Associazione Amici di Raoul Follerau.
Ogni 2 o 3 mesi distribuiamo generi di prima sussistenza alle famiglie più povere. Cerchiamo di dare un contributo di 200 dollari a chi deve affrontare spese sanitarie per operazioni e cure specialistiche. Sono poche cose, ma tutti le cercano, anche per una sorta di sollievo psicologico, per avere la conferma che non sono stati abbandonati. Adesso ogni venerdì il Patriarcato greco-cattolico a Damasco ci mette a disposizione dei locali per fare catechismo a più di mille ragazzi scappati dall’Iraq. E le chiese sono sempre piene. Messe, preghiere del mattino, preghiere della sera… Ogni domenica mattina colpisce vedere i diaconi anziani che arrivano coi libri di preghiera e cominciano a cantare gli inni di lode. È una cosa straordinaria, bella da vedere, dentro tante difficoltà e preoccupazioni.

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viaggioconfronti07

domenica, 22 luglio 2007

 

                       SIRIA PUNTATA N. 10

 

7 gennaio  Ci riceve Mons. Antoine Audo,  Vescovo di Aleppo,
                 diocesi dei caldei di  Siria.  
Mons Audo fortunatamente parla italiano e tanto più importante è il colloquio con lui se si tiene presente che il patriarcato da cui dipende la sua diocesi (cattolica) si trova a Bagdad. Il suo approccio al problema si fa garanzia di informazione corretta da quella terra, non asservita a pregiudizi, da noi tanto comuni, siano di matrice laicista o religiosa.
Ci dichiara che in Siria c’è libertà di religione e la convivenza fra cristiani e musulmani è tranquilla mentre  in Iraq si è avviato un processo per cui i cristiani si sentono in pericolo.
I cristiani (caldei e assiri) quindi fuggono dall’Iraq e il numero dei rifugiati si fa sempre più significativo.
Quelli di origine curda vanno nelle province del Kurdistan, altri verso il Medio Oriente, molti scelgono la Siria perché non richiede visto d’ingresso, la vita non è troppo costosa ed è territorio omogeneo per lingua
[1]. Altri vanno negli USA in Canada e a Damasco le ambasciate dispongono di appositi uffici.
Se la situazione non cambia l’emigrazione continuerà ed è molto triste –a parere del vescovo- che la presenza cristiana perda in Iraq la sua importanza.
Prima della guerra del 1991 i cristiani erano circa un milione, ora sono circa 800.000, ma vanno sempre diminuendo.
La Siria accoglie i profughi e sostiene le iniziative di ospitalità. I bambini vanno a scuola.
 Le famiglie dei caldei irakeni si fanno carico dei loro parenti (e sappiamo che il concetto di parentela fra questi popoli è molto ampio). La Caritas ha organizzato un programma di aiuti a Damasco e ad Aleppo: offrono cibi base, aiuti ai malati  e organizzano programmi di sostegno per bambini e giovani. Anche la chiesa locale (pur se formata da piccole parrocchie) assicura aiuti e mons. Audo  si è recato in Germania dove ha avuto garanzie di sostegno dalla Merkel.
Il vescovo sottolinea le difficoltà particolari  dei mussulmani in occidente dove incontrano la modernità di fronte alla quale si sentono minacciati.
Il Vaticano II ha consentito alla chiesa di distinguersi dalla politica
[2] mentre per i mussulmani la distinzione fra religione e politica è difficile da accettare. E’ necessario avere un atteggiamento di rispetto verso i mussulmani, aiutarli a vivere il confronto con la modernità in modo positivo, sostenere i “moderati”, aiutarli a realizzare la separazione fra religione e politica.  Il confronto duro crea violenza.
Non a caso mons. Audo pone il problema palestinese, attribuendone la violenza (ed eravamo in gennaio!) anche al rapporto con Israele che si presenta come teocrazia ai mussulmani che pure teorizzano una loro teocrazia. La teocrazia israeliana non è riferita al rapporto del popolo ebreo con l’Antico Testamento ma al sionismo che ha creato uno stato fondamentalista, cui i mussulmani  rispondono con speculare fondamentalismo.
Il discorso passa naturalmente all’intervento di Benedetto 16mo a Ratisbona e mons. Audo afferma che per i vescovi d’oriente si è trattato di una sorpresa che ha creato molto imbarazzo e una gran pena. Non esista ad affermare che quella citazione è stata un errore.
Lo spiega con la particolare collocazione del prof. Ratzinger a Tubinga, ma ora è papa e deve parlare con attenzione e coraggio, non aver paura di dire la verità.
[3]
Il Gran Mufti di Siria è saggio e ha contribuito a mettere pace e saggio è anche il governo siriano che ha saputo non esagerare nella reazione: mons. Audo ne è molto ammirato.
Anche lui stigmatizza pesantemente i modi dell’esecuzione di Saddam (ma di ciò ho detto già parecchio nei precedenti diari e le valutazioni sono tutte convergenti).
Ad una mia specifica domanda mons. Audo risponde che non si sa dove si trovi Tariq Aziz (il caldeo già ministro di Saddam); si sa solo che è malato e che la moglie e le figlie sono rifugiate in Giordania.


NOTE: La chiesa caldea di Siria

Il termine caldei si riferisce ad un antico popolo aramaico, penetrato in Babilonia nel II millennio a.e.v. e non ad un’attuale etnia.

Genesi 11:31 Poi Terah prese suo figlio Abramo e Lot, figlio di Haran, cioè il figlio di suo figlio, e Sarai sua nuora, moglie di Abramo suo figlio, e uscirono insieme da Ur dei Caldei per andare nel paese di Canaan; ma giunti a Haran, vi si stabilirono. 
 32 E il tempo che Terah visse fu di duecentocinque anni; poi Terah morì in Haran.

Genesi 12:1 Or l'Eterno disse ad Abramo: «Vattene dal tuo paese, dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre, nel paese che io ti mostrerò.

2 Io farò di te una grande nazione e ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai una benedizione.

3 E benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà; e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra».

4 Allora Abramo partì come l'Eterno gli aveva detto, e Lot andò con lui. Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Haran.

5 E Abramo prese Sarai sua moglie e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano accumulato e le persone che avevano acquistate in Haran, e partirono per andarsene nel paese di Canaan. Così essi giunsero nel paese di Canaan.

Oggi il patriarca “di Babilonia dei Caldei con sede a Baghdad” è Emmanuel III Delly
nominato nel 2003. 
La chiesa cattolica caldea nacque nel
1830 (PioVIII) con la creazione di un patriarcato cattolico o caldeo quando anche i "cristiani di San Tommaso" entrarono nell’orbita del cattolicesimo.
L’uso a chiamare “caldea” la chiesa siro-orientale obbediente al papa è invalso per distinguerla dall’antica chiesa assira.

Gli appartenenti alla chiesa caldea, sono circa un milione e mezzo in tutto il mondo.
La maggior parte, circa mezzo milione, risiede in Iraq dove si trova il Patriarcato. Di origini apostoliche – trae le sue origini dalla predicazione di «Tommaso, uno dei Dodici» – la Chiesa caldea si è estesa in tutto il Medio Oriente. Oggi infatti ci sono eparchie (diocesi) in Egitto (Il Cairo), Siria (Aleppo), Iran (Teheran e Urmya), Libano (Beirut), Turchia (Diarbekir con sede a Istanbul). Esiste poi la Chiesa caldea della diaspora, nata in seguito all’emigrazione: circa 200mila fedeli sono presenti in Nord America (con due diocesi, a Detroit e a San Diego), 15mila in Oceania, 60mila in Europa (con il vescovo del Cairo come visitatore apostolico).
 (Le cifre riportate sono state diffuse dal notiziario della Radio vaticana del 4 dicembre)

 

Precedenti puntate: 3 e 19 febbraio, 4, 14 e 23 marzo,, 18 aprile. 28 maggio, 8 giugno, 3, 14 luglio,
Reperibili tutte insieme alla categoria viaggio confronto07

 

Questa decima puntata è anche l’ultima relativa alla descrizione degli incontri in Siria, ma l’aver contattato un vescovo, direttamente collegato al patriarca caldeo residente a Bagdad, mi ha stimolato a trovare materiali relativi all’Iraq, pur se nei limiti che il colloquio con mons. Audo poteva suggerire. Pubblicherò quindi, come codicillo al mio diario, alcuni articoli e interviste che mi sono sembrati importanti.
Ci tengo a precisare che mons. Audo è cattolico, non perché ritenga i vescovi cattolici più affidabili di quelli di altre confessioni, ma perché la politica del papa (a mio parere infelicemente) regnante tende a soffocare – e molti, anche in malafede, cadono nel tranello- il pluralismo interno alla realtà di quel popolo di Dio che il Concilio Vaticano II a rischio distruzione aveva chiamato “chiesa
                                                   augusta



[1]  Nei prossimi giorni pubblicherò articoli “anomali”  -da quelle fonti che non vengono usate dai media pià diffusi e ci saranno anche cifre relative ai migranti.

[2]  Correttamente il vescovo si riferisce ai documenti. La prassi oggi è purtroppo altra cosa.

[3]  Ne ho parlato nel mio “diariealtro.splinder.com” l’1, il 3, 6 e 29, ottobre 2006

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viaggioconfronti07

venerdì, 13 luglio 2007

Siamo alla penultima puntata!

SIRIA PUNTATA 9

 7 gennaio      Mons. Butros Marayaty, vescovo della Chiesa cattolica armena ad Aleppo, che ci accoglie prima della celebrazione della messa (cui poi assisteremo), non appartiene all’antica chiesa apostolica, gregoriana armena [1], ma alla chiesa cattolica armena.
Una nota per me spiacevole: a fianco dell’altare ci sono la bandiera armena e vaticana: la vista delle bandiere mi infastidisce sempre, quali che siano; solleticano il mio rifiuto di nazionalismo e militarismi che associo alle bandiere, soprattutto se le vedo in un luogo improprio..
Mi riprendo quando alla preghiera per la pace il celebrante (o il diacono: non ricordo chi fosse) non si rifanno, come spesso da noi accade, alla retorica dei buoni sentimenti ma nominano gli stati in guerra o minacciati dalla violenza bellica.
Il rito non ha la pesantezza dei riti ortodossi, è seguito dai fedeli che non si fanno i fatti loro (come è uso nelle chiese orientali che mi richiamano i tempi in cui durante la messa si recitava il rosario, cosa che mi ha sempre infastidito). Non è una questione di devozione, che ognuno può esprimere come gli pare, ma di fastidio per la distanza fra il rito e i presenti, e non apprezzo il continuo andirivieni per l’accensione di candele, pur se di piccola misura, come accade nelle chiese d’oriente..
Molta attenzione viene data alle scritture e la Bibbia viene presentata ai fedeli con solennità.

Dopo la celebrazione della messa mons. Marayaty (che fortunatamente parla italiano) ci presenta la sua diocesi.
Aleppo era una regione con popolazione arabo-mussulmana molto aperta; già territorio di passaggio di carovane di commercianti armeni e di pellegrini che si recavano a Gerusalemme; nel 1915 accolse con generosità gli scampati al genocidio tanto che la comunità armena aumentò considerevolmente.(da un punto di vista religioso gli armeni di Aleppo appartengono alle chiese gregoriana –e sono i più numerosi – cattolica e protestante. Il vescovo lascia l’indicazione generica e non so quindi a quale specifica chiesa si riferisca. A me è capitato di vedere una chiesa metodista). Complessivamente comunque ad Aleppo ci sono 11 comunità cristiane di diversa denominazione.
Un tempo la popolazione armena era caratterizzata anche secondo una specifica divisone nell’attività lavorativa: orafi, macchinisti … una rigida distinzione che non esiste più.
Oggi non ci sono frizioni fra cristiani e mussulmani. L’appartenenza alla comunità determina la vita dei fedeli: tutti sono in qualche modo credenti..
I cristiani in Siria sono di origine orientale, antichi figli della loro terra.
L’islam si è presentato in oriente ben più tardi del cristianesimo.
Oggi ad Aleppo ci sono 120.000 cristiani e di questi 60.000 sono armeni (40.000 appartengono alla chiesa armena ortodossa gregoriana
[2]  

Molte questioni di diritto privato sono affidate alla giurisdizione delle chiese; allo stato appartengono in forma esclusiva la politica estera, interna e la gestione del servizio militare.
Il millet in definitiva garantisce un modo di vivere e operare che gli immigrati in Europa non ritrovano: e ciò li rende disorientati e confusi. Così non è in oriente:
La registrazione dei nuovi nati viene automaticamente trascritta nei registri dello stato e .. naturalmente (il mio solito rovello!) non esiste il matrimonio civile.
Fra cristiani esistono i matrimoni interconfessionali, non esistono invece fra mussulmani e cristiani … purtroppo (il purtroppo non è mio, è di mons. Butros Marayaty e lo segnalo con profonda condivisione e rispetto).
Infatti  a un mussulmano è vietato diventare cristiano e, se una ragazza cristiana sposa un mussulmano personalmente può seguire la sua religione, ma i figli devono allinearsi a quella del padre. Se una ragazza mussulmana sposa un cristiano costui, perché il matrimonio venga registrato, deve “convertirsi”.
Un tempo era vietato cambiare comunità religiosa: ora non lo è più; tutti comunque devono essere iscritti ad una comunità per l’esercizio di molti aspetti della loro vita civile.
I testimoni di Geova, che non riconoscono né la chiesa né il matrimonio, si iscrivono, senza appartenervi, ad una chiesa (credo quella cattolica ma i miei appunti non me ne danno certezza) che chiede loro un patto reciproco per la registrazione del matrimonio.
Ci sono 400/500 matrimoni cristiani l’anno, ma l’arrivo di profughi dai paesi circostanti ha determinato l’aumento della popolazione mussulmana.
Per loro interna decisione i cattolici non cambiano comunità, ma dopo il Concilio Vaticano II evitano il proselitismo che tutte le chiese cristiane si sono impegnate a non praticare.
Lo fanno solo tre nuove chiese protestanti: pentecostali, battisti e le assemblee di Dio.
 Il millet ammette l’esistenza di tribunali religiosi per i matrimoni (le sei chiese cattoliche esistenti in Siria ne hanno uno solo): In pratica alle comunità religiose appartiene tutto ciò che riguarda al famiglia , dalle registrazione dei nuovi nati a quella dei testamenti e in particolare le adozioni (riconosciute dagli statuti dei millet), vietate per legge ai mussulmani sono gestite con specifici organismi dalle chiese che da sei mesi dispongono di un unico, specifico tribunale.
Molte scuole sono a gestione religiosa. Adottano programmi governativi, accettano il controllo statale e i loro titoli di studio sono riconosciuti.
L’insegnamento della religione è obbligatorio e fa parte dell’esame di maturità:
Per le scuole e non solo si pone il problema del giorno settimanale festivo. IL venerdì, giorno dei mussulmani, resta la festività ufficiale. I quartiere abitati da cristiano possono scegliere il giorno festivo e  le scuole cristiane fanno festa di domenica.
La domenica è concesso ai cristiani arrivare con due ore di ritardo al lavoro per poter celebrare il precetto festivo.
Ad ogni modo i cristiani non subiscono discriminazioni nelle cariche pubbliche, Sono presenti nel parlamento e nel governo, hanno un ruolo nell’attività bancaria..
I sacerdoti non fanno il servizio militare, le chiese sono esentate dalle tasse doganali e come le moschee non pagano l’elettricità, l’acqua o altre tasse.
Particolarmente significativa la soluzione dei problemi urbanistici: non c’è nessun divieto per la costruzione di chiese, purché corrispondano a presenze di chiese storiche, Nei piani urbanistici vengono identificati gli spazi adeguati: uno per la moschea e uno per la chiesa cristiana (una: sta ai cristiani accordarsi per la destinazione della costruzione).
Il vescovo ribadisce la positività della famiglia patriarcale, legata soprattutto alla cultura mussulmana, che non riconosce assolutamente istituti quali i pacs.
A me piacerebbe parlare liberamente con giovani, ma non è possibile organizzare questo tipo di incontri. Se fossi meno vecchia studierei l’arabo.
Un problema di crescente gravità è quello dei profughi che arrivano dall’Iraq: data la significativa presenza di caldei, ne è responsabile il vescovo caldeo che lavora in collaborazione con la caritas.
Come far capire in quest’Italia calderolica la varietà del mondo islamico e come far conoscere le forme organizzative che si è dato per uscire dallo schematismo stupido che vuole l’Islam monolitico e feroce in contrapposizione inevitabile al mondo cristiano?


_____________________________________
NOTA:

La chiesa cattolica armena fu fondata nel XVIII secolo e sviluppò presto le proprie strutture episcopali ad Aleppo, Palestina, Cilicia, Anatolia e Alta Mesopotamia anche se osteggiata dalla chiesa armena gregoriana precalcedoniana (nota di aug. Ho trovato questa considerazione in un testo consultato. Siamo alle solite. Perché non avrebbe dovuto opporsi? Mi sembra una storia analoga a quella degli episcopati cattolici in Siberia, fondati da Giovanni Paolo II, che ha opposto il papa al patriarca ortodosso di Mosca Aleksij II, creando una crisi non ancora risolta).
Nel 1831 l’impero ottomano riconobbe il millet della chiesa cattolica armena, attribuendo quindi al patriarca anche il potere civile. (Per il millet si veda la prima puntata di questo diario).
Allora la sede patriarcale fu spostata a Costantinopoli dove restò fino al 1928, quando, essendo stata colpita dal genocidio anche la comunità cattolica, dovette trasferirsi a Bzommar (in Libano.
Oggi la giurisdizione del patriarca cattolico si estende su tutti gli Armeni cattolici d'Oriente e della diaspora. Conta quattro archidiocesi: Beirut, Aleppo, Istambul, Bagdad; otto diocesi: due in Siria, una rispettivamente in Iran, Egitto, Grecia, Francia, Romania; tre esarcati: Gerusalemme, Argentina, Europa Unita.
Nell'Armenia indipendente vi è un arcivescovo cattolico con il titolo di "Arcivescovo degli Armeni di Sebaste".
A questa Chiesa appartengono la congregazione dei Mekitaristi, divisi in due rami: quello dell'isola di S. Lazzaro a Venezia (fondata nel 1717) e quello di Vienna (dal 1800); e le monache dell'Immacolata Concezione, fondate nel 1852

 


[1]  L’antica chiesa armena, nata nel 301 quando il re si convertì al cristianesimo fa parte delle chiese precalcedoniane,  Per le chiese precalcedoniane si vedano la nota alla seconda puntata e il “codicillo” aggiunto alla puntata n.4 (rispettivamente 19 febbraio e 14 marzo)

[2]  Per evitare equivoci è opportuno segnalare che in questo caso ortodossa non significa chiesa collegata ai patriarcati di Mosca o di Costantinopoli.

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martedì, 03 luglio 2007

SIRIA PUNTATA 8

Unisco i due incontri - avvenuti rispettivamente il 6 gennaio con il dr. Ahmed Hassoun, Gran Mufti della Repubblica di Siria, e l’8 gennaio con lo Sheikh Mahmoud Akkam, Mufti di Aleppo e teologo mussulmano - perché la necessità di una faticosa traduzione dall’arabo ha reso i miei appunti decisamente frammentari.
Anche se i contenuti dei discorsi dei due muftì presentano parecchi punti in comune non posso ignorare la differenza degli atteggiamenti: tanto cordiale e accogliente quello del muftì di Aleppo, quanto formale e governato da una regia attenta ma priva di ironia, evidentemente intesa a sottolinearne il significato del ruolo; quello di Gran Mufti. Si presenta infatti seduto davanti a un tavolino più ornato di altri, sulla sedia più alta, severo in tunica nera e turbante bianco.
Non so vincere il mio istintivo senso del ridicolo e quindi non posso frenare le irriverenti ma indomabili immagini che mi girano per la testa. Prevale fra tutte una scena del Grande dittatore di Chaplin … è meglio mi fermi qui e introduca subito la spiegazione di qualche termine (vedi nota dal Piccolo dizionario dell’Islam, edizione Einaudi
[1]).
La partenza è inevitabilmente religiosa e dalla religione non si schioda: il Gran Muftì riferisce ogni conflitto alla politica e afferma la “fraternità” delle tre religioni monoteistiche richiamandosi al medesimo Dio e alla comune origine abramitica.
Da qualunque parte della triade li si guardi a me non sembra che i tre monoteismi possano vantare una fraternità confortata dalla storia …
Sostiene il pluralismo religioso. riferendosi alla situazione siriana di cui ho scritto in ogni pagina di questo diario. Dice qualche cosa di interessante quando afferma la necessità della giustizia per tutti (e fa esplicito riferimento a chi emigra in Europa), sostiene la priorità di scuole e ospedali rispetto a chiese e moschee e .. dulcis in fundo dichiara la sua paura della mafia, anche se (la ricerca di cortesi equilibri qualche volta sembra una camminata sulla corda) in Italia ha trovato accoglienza e amabilità.
Purtroppo non parla della sua attività di giureconsulto in grado di intervenire e dirimere casi concreti. Mi sarebbe piaciuto averne qualche informazione.
Molto più simpatico Mahmoud Akkam lo sceicco muftì di Aleppo e iman di una locale moschea che si scusa per non poterci ricevere a casa sua … siamo in troppi.
Mi viene naturale credere al suo rammarico: l’esperienza straordinaria di accoglienza che ho goduto in case arabe (di cristiani e mussulmani) in Palestina mi ha ormai segnata.
La presenza dell’umanità sulla terra precede le religioni (e insiste sul plurale che riferisce alla volontà di Dio: io penso al senso univoco che, in spregio ad ogni affermazione di impegno ecumenico, viene data alla parola chiesa in Italia, pronunciata e scritta spesso senza aggettivi che la qualifichino....) e quindi è volontà di Dio che nel pluralismo e nella diversità si debba vivere.
Afferma la necessità della pace e assicura di essere profondamente rattristato per i morti negli attentati e, sottolinea, “anche quando gli attentatori sono mussulmani”.
Sfortunatamente non ho registrato questi interventi (così come non ho registrato tutti gli altri) e i
miei appunti risultano, come ho detto, molto frammentari, conseguenti alla fatica della traduzione, successiva ai discorsi frase per frase.
La prossima volta porto il registratore (e poi darò la caccia a un traduttore dall’arabo. E se non ci sarà una prossima volta .. inshallah).

 

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[1]  Muftì è colui che emette un parere legale (fatwa). Oggi in Siria i muftì vengono nominati dal governo
Fatwa: Termine arabo che indica il parere legale con cui il mufti risolve un determinato problema applicando il diritto islamico. Il peso di tale parere dipende sostanzialmente dall’autorità personale di chi lo emette.  Perciò l’interpretazione del diritto, a differenza della sentenza di un tribunale, è vincolante solo per chi riconosce questa autorità. Oggi le f vengono emesse in molte situazioni  come consigli di vita pratica. Sono anche pubblicate su colonne di giornali con orientamento religioso, oppure trasmesse alla radio o in televisione. L’istigazione a uccidere lo scrittore Salman Rushdie fu formulata come una f dall’ayattollah  Khomeini. La grande risonanza di questo appello fu determinata dalla forte autorità di Khomeini nell’islam sciita.

 

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venerdì, 08 giugno 2007

SIRIA PUNTATA N. 7 (seconda parte)

 

Confesso il mio sollievo nell’affrontare finalmente una relazione di carattere chiaramente politico, senza quel mix incombente politico-religioso che cominciava a infastidirmi (penso ai giovani che vogliono siano rispettati i loro diritti individuali).
Ieri mi turbava il confronto con l’Italia e l’immagine di una nostra deriva verso un millet, se non legislativo, culturale,  oggi mi turba anche la partecipazione del popolo siriano al plebiscito per la conferma del presidente..
Temo possa rappresentare una situazione bloccata in un paese che sta diventando importante per le vicende di un medio oriente che ha bisogno di rendersi stabile.
E se non bastasse si è aperto il processo per l’omicidio di Hariri.
Tanto più quella che a me sembra la deriva dell’Italia mi turba quando il ministro siriano esordisce con battute che mi spaventano e che non posso certo contestare lì.
Dice che l’Italia è un paese laico che ha saputo separare la religione dallo stato e che il vaticano è simbolo di pace e tolleranza. Tolleranza? Be’ io sono stata costretta a cambiare medico quando ho trovato nell’ambulatorio di quello che era il mio medico di base i dépliant del movimento Scienza e Vita che invitava ad astenersi dal voto per il referendum sulla fecondazione assistita.
Il medico controllerà il mio corpo, discuterà con me (se glielo consentirò) eventuali connessioni con questioni etiche ma non può farsi complice di azioni che, con la copertura di una cappa religioso-cardinalizia, interferiscono con i miei diritti di cittadinanza. Devo dire però che la mia indignazione di allora non ha trovato alcun riscontro da nessuna parte.  Italico millet? Che diventare sudditi vaticani sia una diffusa, trasversale istanza popolare?
[1]
Per fortuna poi passa alla Siria, ponte fra islam e cristianesimo, paese significativo dal punto di vista geografico, geopolitico, geodemografico. Siamo a Damasco da cui  gli Omayyadi si sono mossi, raggiungendo la Spagna, dove si affermò la grande cultura che ha lasciato le sue testimonianze nelle città spagnole  (il ministro sorvola con disinvoltura sui modi della conquista, anche se in vari luoghi –es. Gerusalemme- l’Islam diede segnali interessanti di dialogo e pace).

Purtroppo i 480 anni di dominio ottomano hanno congelato il progresso della Siria .
Successivamente –dopo la prima guerra mondiale- il territorio del medio oriente fu suddiviso, dice, come fosse una torta da tagliare a fette  .
Nel 1920, dopo un tentativo di indipendenza siriana sotto lo sceicco Faysal, la Francia occupò militarmente la Siria, suddividendola in più stati:, tutti comunque sotto il dominio del governatore francese.: il Grande Libano, lo stato di Damasco, lo stato di Aleppo, il territorio autonomo degli alawiti
[2]  e dei drusi. Nei vari stati furono messi  governanti fantoccio, come oggi in Iraq puntualizza il ministro.
Comunque la durata di questa suddivisione fu breve e nel 1926 la Francia (già riconosciuta potenza mandataria come l’Inghilterra in Palestina) diede al Libano uno statuto che ne sanciva la rigida differenziazione religiosa a livello istituzionale: il Presidente della Repubblica doveva essere un cristiano maronita, eletto per 6 anni dal   Parlamento e non immediatamente rieleggibile, il  Primo Ministro doveva essere un musulmano sunnita e il presidente del parlamento un mussulmano sciita.
Il ministro, nel descriverci la suddivisione del territorio, non si risparmia una battuta ironica; la superficie del Libano è di  10.400  Kmq , minore della superficie della provincia siriana di Homs  (42.223 kmq).
Non sembra che le divisioni della popolazione su base  etnica o religiosa (non amministrativa-territoriale) siano di vantaggio ai paesi in cui vengono imposte.
Il ministro ricorda che prima della suddivisione imposta per volontà dei “colonizzatori” europei Siria e Libano avevano la stessa moneta, la stessa banca centrale, la stessa dogana.
Nel 1943 la potenza mandataria francese accondiscese all’indipendenza del Libano (appoggiato dagli anglo-americani).
Fatti questi rapidi cenni a un passato le cui conseguenze sono ancora cause di situazioni pesanti – e prima di riportarci al presente- dobbiamo considerare una delle questioni più scottanti della situazione: la creazione dello stato di Israele e le conseguenze della guerra dei sei giorni, di cui proprio in questi giorni si “celebra” il quarantennio.
Le problematiche che il dr. Bilal pone vanno oltre la questione dell’occupazione israeliana delle alture del Golan. Anche su questo problema si  richiama al colonialismo e afferma che gli inglesi, la potenza mandataria della Palestina, favorirono l’ingresso nel territorio di ebrei sionisti scegliendo la forma più maligna della storia del colonialismo, cioè il ritiro nel 1948 e la “consegna” della terra non agli autoctoni (fra cui riconosce anche ebrei originari di quella terra) e coloro che erano arrivati per conquistarla. Insiste sul rispetto dell’ebraismo in quanto religione che distingue rigorosamente dal sionismo, ma certamente non sfiora neppure il problema della Shoà. E’ un atteggiamento che ho notato più volte in queste terre e perciò ricordo con gratitudine un funzionario del ministero palestinese dell’istruzione che ci accolse nei primi viaggi di Confronti e ci indicò, come strumento di pace, la condivisione del dolore. Da qualche anno però non lo abbiamo più incontrato.
Anche nelle parole di Bilal c’è un elemento che, se la diplomazia internazionale cogliesse in maniera adeguata, potrebbe significare una speranza di pacificazione. Dice: “I quasi 500 anni di oppressione turca – che non dimentichiamo- non ci impediscono oggi di avere ottime relazioni con la Turchia”
Bilal ricorda i popoli che hanno combattuto contro il colonialismo e raggiunto l’indipendenza, per tornare alla sua terra, le cui sorti a questo punto appaiono legate inestricabilmente alla questione palestinese,. Il conflitto che in questa parte del mondo non termina dipenderebbe proprio dall’importanza di questa terra, importanza geopolitica (terra di passaggio necessaria per chi si muova attraverso il mondo) e dal “maledetto” petrolio.
I dominatori hanno un sogno: ricreare il dominio sul mondo come l’antica Roma, Ma per far questo non basta la conquista. Gli statunitensi hanno abbattuto il regime iracheno in 19 giorni, ma sono passati 3 anni e combattono ancora.

Continua nel suo elenco di orrori: Abu Graib, le modalità della esecuzione di Saddam, violenze di ogni genere…., ricorda con molta intelligenza il mancato riconoscimento dell’esito delle elezioni palestinesi, attribuisce a questa politica del “divide et impera” anche l’inasprirsi del conflitto siro-libanese. 
Augurandosi che la politica internazionale riprenda il principio “land for peace” ci congeda con estrema cortesia.
Poiché scrivendo questi diari “dialogo” ancora con i nostri interlocutori devo dire che il mio dialogo con il ministro Bilal è particolarmente difficile: non ho criteri per distinguere ciò che ha detto da ciò che non ha detto e avrebbe potuto dire..

Staremo a vedere: di Siria sentiremo ancora parlare.                                               augusta
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Nota puntata 7 (seconda parte)


MARONITI: Comunità di cattolici di rito siriano che vive nel Libano, con alcune importanti colonie in Egitto, a Cipro e in America.
Di antica origine accettarono il concilio di Calcedonia e ciò ne favorì il successivo avvicinamento a Roma.  Rifugiatisi sul monte Libano per fuggire gli arabi, fondarono numerosi monasteri che nel XII secolo divennero sedi vescovili. Nel Medioevo, guidati dai vescovi e dalla nobiltà, crearono una società semifeudale. In conflitto con gli arabi, accolsero favorevolmente le crociate e iniziarono così il riavvicinamento con Roma: l'unione fu suggellata nel 1584 con la fondazione del collegio maronita di Roma, loro sede di formazione teologica. Minacciati dagli ottomani, nel XVIII secolo ottennero la protezione del re di Francia. Alla loro chiesa deve appartenere il presidente dello stato.
Il loro patriarcato, che si fregia del titolo “di Antiochia” ha sede a Bkerke (Libano)


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[1]  Ne ho scritto in questo blog il 25 novembre del 2005

[2]  Vedi nota puntata 5, che è riferimento anche per i termini relativi alle divisione dell’Islam riportati più sotto.

 

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diari di augusta, viaggioconfronti07

lunedì, 28 maggio 2007

SIRIA PUNTATA N. 7 (prima parte)

 

 

Premessa:  Inizio questa puntata più di un mese dopo la chiusura della precedente, non tanto perché avessi altro da fare (anzi questo ripensamento del viaggio di  gennaio per me è molto importante, mi aiuta a fissare ricordi che non voglio lasciar svanire e a non perderne il significato) ma per la preoccupazione legata alla comunicazione.
Vivere in una città provinciale a cultura tradizionale costringe, quando si vogliano confrontare conoscenze e notizie, a mettersi in contraddizione –pur se non intenzionalmente- col senso comune (che nasce dalla cattiva informazione diffusa) e con piccoli giochi di potere locale che il diverso (anzi Dio mi perdoni!) la diversa non riesce a rispettare in devoto e/o ammirato silenzio. E ciò non è perdonato.
Nelle tristi terre friulane lo spirito critico deve essere soffocato. Giusta o meno che sia,  la critica non è oggetto di dialogo, ma di condanna, a meno che non si appartenga a qualche gruppo dove il pensiero più o meno apparentemente critico si è fatto dogma e chi vi consente è appagato “ad uso interno”.

Sarebbe ancora la cosa meno grave se la reazione “reazionaria” (o localmente forte, il che è lo stesso) non svilisse l’attitudine a capire e pensare.
Comunque ci provo. Pensare (bene o male) a me non fa danno               
28 maggio


Informazione:  Sul numero 4 (aprile)  di Confronti si trova una relazione di David Gabrielli relativa ad alcuni aspetti del  viaggio in Siria e  un’intervista a Paolo Dall’Oglio a cura di Laura  Clemente. Sul n 10  del 2006 si può leggere una relazione (sempre firmata da David Gabrielli) sul viaggio di Confronti dell’agosto 2006.

 

3 gennaio    La sera del 3 gennaio ci incontriamo con  il Dr. Muhsen Bilal, Ministro  dell’informazione. Il ministro ci riceve nella sua sede ma l’ambiente quando arriviamo evoca un’atmosfere folcloristica.
All’ingresso della sala c’è il personaggio in costume che nei mercati - preceduto dal suono  dei campanelli attaccati al vestito che anche qui non mancano- serve una bibita calda, spillandola da una grande cuccuma che appende sulla schiena. Per trasferire il liquido nei bicchieri  deve fare un movimento preciso che consenta allo zampillo di cadere al posto giusto e non sul pavimento.
Non so come ma ci riescono sempre. Cerco di sfuggire perché non amo le bibite dolci e so che quella, dolcissima, mi provocherebbe nausea. Implacabilmente il colorito personaggio mi mette in mano un bicchiere pieno. Mi guardo in giro cercando un angolino dove occultare il bicchiere ma mi trovo sotto stretta sorveglianza di signori in grigio che volteggiano di qua e di là, sostituendo bicchieri vuoti con altri pieni e che osservano come falchi il livello del mio liquido. Per fortuna Roberto che siede vicino a me viene preso da pietà per il mio imbarazzo e scola il mio bicchiere.
Osservo stupita le sedie, disposte di fronte alla scrivania in maniera frontale e così mi rendo conto che siamo accolti per la prima volta con questa sistemazione “occidentale”.
Di norma veniamo ricevuti in grandi sale rettangolari, dove l’ospite siede lungo il lato corto opposto all’ingresso e noi ci distribuiamo su poltroncine lungo le pareti. Illuminazione improvvisa …. quella è la distribuzione dello spazio delle tende beduine, dove però ci si siede a terra, su cuscini (con il solito problema. Dove metto le gambe? Le allungo? Tiro su le ginocchia?  Ma un po’ alla volta si trova una sistemazione rispettosa della schiena.).

Giornalisti e operatori televisivi si affannano (questi italiani vagabondi devono far notizia).
Il giorno dopo sapremo che siamo stati esibiti alla TV a potremo anche vederci in prima pagina su un quotidiano. I bicchieri continuano a girare e dopo un po’ i signori in grigio servono anche tazze del loro meraviglioso caffè con il cardamomo.
Quella non me la lascio sfuggire e i grigiolini continuano a servirmene.
A un tratto il movimento si calma e arriva il ministro.

E’ un bell’uomo anziano, disinvolto, vestito all’occidentale.

Felice sorpresa: parla un ottimo italiano con un riconoscibile accento spagnolo (è stato ambasciatore in Spagna.). L’atteggiamento è cordiale e disinvolto, dialoga
Riferirò domani quel che ha detto: oggi sono turbata dalle elezioni siriane di tipo plebiscitario,

Naturalmente il presidente ereditario  il cui volto ci ha dominato nelle sale dei patriarchi ha vinto.

Si dirà che è popolare. Certamente nelle varie meccaniche elettorali il sistema plebiscitario (che non può esser detto democratico, bensì populista e demagogico) è quanto di peggio si possa immaginare  ma anche noi ne sappiamo qualche cosa.
Un’italiana ha poco da criti